UE e paesi ACP. Una guida per capire meglio l’accordo Post-Cotonou

22 Luglio 2021 | Informazioni

Dopo tre anni di incontri e negoziati la Commissione Europea ha pubblicato la versione definitiva del nuovo accordo di partenariato tra l’Unione Europea e i Paesi ACP noto come Accordo Post-Cotonou che sostituirà l’attuale Accordo di partenariato firmato nel 2000 a Cotonou tra l’UE e 79 stati di Africa, Caraibi e del Pacifico. Un percorso complesso che ha messo a confronto gli interessi individuali dei paesi e le loro rivendicazioni di potere nel definire il quadro vincolante per la cooperazione politica, economica e settoriale per il prossimo ventennio. I settori prioritari nei quali i partner hanno rinnovato i propri impegni di cooperazione sono:

  • diritti umani;
  • democrazia e governance;
  • pace e sicurezza;
  • sviluppo umano (che comprende sanità, istruzione e parità di genere);
  • sostenibilità ambientale;
  • cambiamenti climatici;
  • sviluppo e crescita sostenibili;
  • migrazione e mobilità.

La firma dell’accordo è prevista per il secondo semestre del 2021 dopo che le parti avranno completato le rispettive procedure interne di approvazione.

Per spiegare le novità di questo accordo, potenzialità e criticità, la confederazione delle ONG europee Concord Europe insieme al Presidency Project sloveno hanno redatto una guida indirizzata in particolare alle Organizzazioni della Società Civile sia nell’UE che nei paesi ACP. Il testo intitolato “Insider’s Guide to the Post-Cotonou Agreement” individua le sezioni cruciali nel testo negoziato dell’accordo di Post Cotonou e mostra cosa possono fare le stesse OSC in termini di advocacy per influenzare positivamente l’attuazione dell’accordo stesso. La guida inizia con un riassunto dell’accordo spiegandone l’importanza, ed è seguito da una panoramica del ruolo della società civile previsto dall’Accordo. Per dare maggiore chiarezza agli attori della società civile sulle strategie di advocacy, la guida si concentra sulle criticità identificate e fornisce suggerimenti su come impostare il coinvolgimento e interazione con le diverse istituzioni e si conclude poi con una breve sezione che indica la strada da percorrere dopo l’entrata in vigore.

In che modo differisce dall’Accordo di Cotonou?
L’Accordo Post-Cotonou è un trattato legalmente vincolante che dovrebbe e vorrebbe dare forma a relazioni politiche, sociali ed economiche tra 106 Paesi dei quattro continenti. Metterà una forte enfasi sulla cooperazione nelle sedi internazionali e sulla costruzione di alleanza a livello mondiale.

Sarà abbandonato il Fondo europeo di sviluppo (FES), che è stato il braccio finanziario della cooperazione UE-ACP per diversi decenni. Con questa modifica, l’Accordo probabilmente perderà parte della sua unicità e del suo significato per i partner ACP e i protocolli regionali verranno disconnessi dai finanziamenti. Priorità e procedure della cooperazione finanziaria saranno ora governate da “Global Europe”, il nuovo strumento finanziario di cui l’UE sarà l’unica ad avere responsabilità e autorità, e che verrà utilizzato per finanziare azioni esterne dell’UE in tutte le regioni, comprese quelle al di fuori dei paesi ACP.

Un altro cambiamento importante sono le preferenze commerciali e gli accordi di partenariato economico che (insieme al dialogo politico e alla cooperazione allo sviluppo) facevano parte dell’Accordo di Cotonou, ora saranno negoziate e disciplinate indipendentemente dall’accordo UE-OACPS.

Con l’Accordo Post-Cotonou quali strutture sono previste dal nuovo trattato per il coinvolgimento della società civile?
L’accordo Post-Cotonou mira a promuovere un approccio multi-stakeholder, che consente in un’ampia varietà di attori – inclusi parlamenti, autorità di enti locali, società civile e settore privato – di impegnarsi attivamente nella promozione di processi di dialogo tra partner e di cooperazione. L’accordo promuove anche la partecipazione attiva dei giovani, incluso lo sviluppo, l’attuazione e il monitoraggio delle politiche che li vedono protagonisti. L’accordo post-Cotonou fornisce un quadro giuridico per la partecipazione della società civile, ma questo non significa necessariamente che l’attuazione avverrà rapidamente in tutti gli Stati membri dell’UE e delle regioni ACP. Come successo con il precedente accordo, è probabile che ci sia un divario tra le possibilità offerte nell’accordo stesso e la realtà sul campo, soprattutto nei primi anni.

Inoltre, le procedure e le condizioni per garantire piena, strutturata ed effettiva partecipazione da parte delle organizzazioni della società civile non sono ancora chiare. Come il precedente accordo, anche quello nuovo offre un quadro promettente per la partecipazione degli attori della società civile, ma non crea meccanismi per tradurre questa aspirazione in pratica. Nell’attuale contesto generale di riduzione degli spazi per la società civile, è un grande risultato che le parti si impegnano nella fondazione dell’Accordo a proteggere e garantire la libertà di espressione, opinione e assemblea, e a preservare e ampliare uno spazio per una società civile attiva, organizzata e trasparente, rafforzando così la trasparenza interna e l’accountability.

Qui di seguito i temi chiave nell’Accordo:

  • Diritti umani, democrazia e governance incentrata sulle persone e basate sui diritti delle società – L’accordo riafferma la determinazione delle parti a “proteggere, promuovere e realizzare i diritti umani, le libertà fondamentali e i principi democratici, [e] a rafforzare lo Stato di diritto e il buon governo”, riconoscendo il rispetto dei diritti umani come parte integrante per uno sviluppo sostenibile.
  • Parità dei sessi – La parità di genere è uno degli obiettivi dell’accordo, uno dei principi enunciati nella fondazione e un tema trasversale in tutto l’accordo.
  • Sviluppo umano e sociale – Lo sviluppo umano e sociale è una priorità strategica dell’Accordo post-Cotonou.
  • Economia inclusiva e sviluppo sostenibile – L’accordo post-Cotonou è meno incentrato sul commercio, non vi è alcun riferimento al ruolo delle imprese sostenibili e inclusive come l’economia sociale, le imprese e le cooperative, o all’agricoltura su piccola scala o agro-ecologia.
  • Migrazione e mobilità – Rispetto al precedente Accordo, il nuovo vede alcuni progressi su questi temi specificando diverse aree relative alla migrazione regolare su cui le parti dovrebbero investire (es. percorsi legali, migrazione circolare e comparabilità di tutte le qualifiche). Tuttavia, questi progressi sono ancora molto limitati. Inoltre, il nuovo accordo presta scarsa attenzione agli aspetti positivi delle migrazioni, ai contributi positivi che migranti e diaspora possono fare per i paesi di destinazione, e per possibili azioni congiunte che le parti potrebbero intraprendere per considerare la migrazione come una forza per lo sviluppo.
  • Ambiente e cambiamenti climatici – L’accordo post-Cotonou tenta di discutere di sostenibilità ambientale e cambiamento climatico in modo olistico, considerando, ad esempio, le loro interconnessioni con il corrente (e dannoso) modello economico, occupazione e opportunità di investimento, sicurezza alimentare, equità sociale e benessere culturale per le generazioni attuali e future. Si impegna a integrare sostenibilità ambientale e clima facendone un mainstream nelle agende in tutte le politiche, nei piani e negli investimenti, nel rispetto dei più rilevanti trattati e convenzioni in materia dei cambiamenti climatici, sulla governance degli oceani e dei mari e sulla biodiversità. Purtroppo, l’accordo non riconosce la contraddizione intrinseca in un’economia basata sulla crescita, anche quando presumibilmente tenta di muoversi nella direzione della limitazione gli impatti dell’economia sull’ambiente.
  • Pace e sicurezza – L’accordo post-Cotonou riconosce che pace, stabilità e sicurezza sono componenti fondamentali per uno sviluppo sostenibile, e riconosce l’importanza di raggiungere uno “sviluppo inclusivo” come prerequisito per la sostenibilità, la pace e la sicurezza. L’accordo impegna le parti a prevenire e affrontare le cause profonde del conflitto e della fragilità in modo più olistico e al coinvolgimento della società civile nei dialoghi e nelle consultazioni volte alla risoluzione dei conflitti. L’accordo, però, non adotta un approccio integrato in caso di conflitti o crisi, e non riesce a collegare gli sforzi umanitari, sviluppo, pace e sicurezza in tutte le fasi di un ciclo di conflitto.

FONTE: www.info-cooperazione.it – La community italiana della cooperazione internazionale

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